Nel panorama contemporaneo del web 2.0, le trasformazioni mediali in atto per ciò che concerne il cinema, la televisione, la radio, i giornali, i libri, la pubblicità richiedono di considerare la cross-medialità, ossia la possibilità di declinare un contenuto su più media interconnessi, come categoria concettuale che supera la tradizionale distinzione tra vecchi e nuovi media. Tale situazione conferma il potere cognitivo dei media nella costruzione di narrazioni e rappresentazioni anche dal lato della produzione e della programmazione. È un potere particolarmente evidente anche nei newsmedia: la continua selezione di eventi e forme dei contenuti da rendere accessibili al pubblico, operata dai professionisti del settore, ricostruisce i fatti secondo precise procedure operative, o template (Altheide, 1991). I prodotti che ne risultano non sono, quindi, lo specchio fedele della realtà, ma estrapolazioni poi ricontestualizzate all’interno di differenti formati (Papuzzi, 2010). La trasmissione della notizia, in questo senso, è solo l’ultimo atto di una lunga catena di scelte regolate da rapporti di potere interni all’apparato multi-mediale, ed è spesso plasmata con l’attenzione a non tradire le regole del sensazionalismo e della stereotipia (tra gli altri, Losito, 2002). Inoltre, è in continuo sviluppo il fenomeno degli User Generated Content, che riguarda la possibilità, anche per utenti non professionisti, di generare contenuti. Molte piattaforme di social networking possono essere considerate motori di produzione mediale dal basso, dove i fruitori condividono, generano e rielaborano grande parte del loro consumo culturale nella cornice della popular culture. Nelle varie definizioni di cultura popolare che propone, Storey (2019) mette in evidenza le relazioni tra cultura popolare e cultura alta, dove ciò che è cultura non è definito solo dal numero di persone attratte da essa, ma anche dalle pratiche di costruzione che i diversi gruppi sociali mettono in atto. La cultura alta, infatti, si identifica quasi esclusivamente con le opere dell’ingegno umano, mentre la cultura popolare si esprime nelle pratiche che caratterizzano la vita quotidiana (Sciolla, 2007). Le rappresentazioni mediali che ne derivano sono risorse interpretative che definiscono i significati usati dai lettori/spettatori come strutture che orientano la percezione della realtà sociale. Anche le forme narrative che danno corpo alle rappresentazioni di temi sociali nei media presentano importanti implicazioni rispetto ai modi in cui il pubblico le comprende e le affronta, confermando o sfidando i miti, gli stereotipi e i pregiudizi che li circondano, conformemente ai canoni del senso comune (Allegri, 2020). In prospettiva costruzionista, secondo Berger e Luckmann (1966), tramite l’oggettivazione dei processi e dei significati soggettivi viene costruito il mondo intersoggettivo del senso comune. Inoltre, se è vero che i soggetti progettano i propri corsi d’azione e li coordinano con quelli di altri in base alla “definizione della situazione” (Thomas e Znaniecki, 1918), ossia in base al modo in cui rappresentano a sé e agli altri il contesto del loro agire, i loro valori e le loro pratiche discorsive, allora lo studio delle rappresentazioni ha rilievo sia per la comprensione sia per la spiegazione dell’agire sociale, nella prospettiva dell’interazionismo simbolico (Blumer, 2008). Si tratta di ricerche particolarmente interessanti per le possibili applicazioni non solo alla vita quotidiana, in una dimensione sociologica solo apparentemente micro, ma anche alle indagini empiriche sulle professioni sociali e più specificatamente all’assistente sociale, che lavora in situazioni di elevata complessità e in estrema incertezza. Questo capitolo presenta alcuni tra i principali risultati di una ricerca italiana sulle rappresentazioni degli assistenti sociali nei media, in particolare nel cinema e nella narrativa, basata sull’analisi di 41 testi mediali, 20 romanzi e 21 film, prodotti tra il 1954 e il 2001, i cui risultati appaiono tuttora attuali. I film e i romanzi, infatti, intrecciano continuamente il piano della costruzione con quello della riproduzione di rappresentazioni mediali e sociali (Moscovici, 1961; 1984) unendo gli aspetti comunicativi legati al testo con processi di significazione, schemi di apprendimento e stereotipi diffusi nell’immaginario collettivo. Per i temi trattati in questo volume, i risultati di ricerca saranno presentati e discussi, nei paragrafi che seguono, con particolare attenzione alla relazione tra media, servizio sociale e genere.

Media e servizio sociale: quale genere di rappresentazioni?

Allegri Elena
2021-01-01

Abstract

Nel panorama contemporaneo del web 2.0, le trasformazioni mediali in atto per ciò che concerne il cinema, la televisione, la radio, i giornali, i libri, la pubblicità richiedono di considerare la cross-medialità, ossia la possibilità di declinare un contenuto su più media interconnessi, come categoria concettuale che supera la tradizionale distinzione tra vecchi e nuovi media. Tale situazione conferma il potere cognitivo dei media nella costruzione di narrazioni e rappresentazioni anche dal lato della produzione e della programmazione. È un potere particolarmente evidente anche nei newsmedia: la continua selezione di eventi e forme dei contenuti da rendere accessibili al pubblico, operata dai professionisti del settore, ricostruisce i fatti secondo precise procedure operative, o template (Altheide, 1991). I prodotti che ne risultano non sono, quindi, lo specchio fedele della realtà, ma estrapolazioni poi ricontestualizzate all’interno di differenti formati (Papuzzi, 2010). La trasmissione della notizia, in questo senso, è solo l’ultimo atto di una lunga catena di scelte regolate da rapporti di potere interni all’apparato multi-mediale, ed è spesso plasmata con l’attenzione a non tradire le regole del sensazionalismo e della stereotipia (tra gli altri, Losito, 2002). Inoltre, è in continuo sviluppo il fenomeno degli User Generated Content, che riguarda la possibilità, anche per utenti non professionisti, di generare contenuti. Molte piattaforme di social networking possono essere considerate motori di produzione mediale dal basso, dove i fruitori condividono, generano e rielaborano grande parte del loro consumo culturale nella cornice della popular culture. Nelle varie definizioni di cultura popolare che propone, Storey (2019) mette in evidenza le relazioni tra cultura popolare e cultura alta, dove ciò che è cultura non è definito solo dal numero di persone attratte da essa, ma anche dalle pratiche di costruzione che i diversi gruppi sociali mettono in atto. La cultura alta, infatti, si identifica quasi esclusivamente con le opere dell’ingegno umano, mentre la cultura popolare si esprime nelle pratiche che caratterizzano la vita quotidiana (Sciolla, 2007). Le rappresentazioni mediali che ne derivano sono risorse interpretative che definiscono i significati usati dai lettori/spettatori come strutture che orientano la percezione della realtà sociale. Anche le forme narrative che danno corpo alle rappresentazioni di temi sociali nei media presentano importanti implicazioni rispetto ai modi in cui il pubblico le comprende e le affronta, confermando o sfidando i miti, gli stereotipi e i pregiudizi che li circondano, conformemente ai canoni del senso comune (Allegri, 2020). In prospettiva costruzionista, secondo Berger e Luckmann (1966), tramite l’oggettivazione dei processi e dei significati soggettivi viene costruito il mondo intersoggettivo del senso comune. Inoltre, se è vero che i soggetti progettano i propri corsi d’azione e li coordinano con quelli di altri in base alla “definizione della situazione” (Thomas e Znaniecki, 1918), ossia in base al modo in cui rappresentano a sé e agli altri il contesto del loro agire, i loro valori e le loro pratiche discorsive, allora lo studio delle rappresentazioni ha rilievo sia per la comprensione sia per la spiegazione dell’agire sociale, nella prospettiva dell’interazionismo simbolico (Blumer, 2008). Si tratta di ricerche particolarmente interessanti per le possibili applicazioni non solo alla vita quotidiana, in una dimensione sociologica solo apparentemente micro, ma anche alle indagini empiriche sulle professioni sociali e più specificatamente all’assistente sociale, che lavora in situazioni di elevata complessità e in estrema incertezza. Questo capitolo presenta alcuni tra i principali risultati di una ricerca italiana sulle rappresentazioni degli assistenti sociali nei media, in particolare nel cinema e nella narrativa, basata sull’analisi di 41 testi mediali, 20 romanzi e 21 film, prodotti tra il 1954 e il 2001, i cui risultati appaiono tuttora attuali. I film e i romanzi, infatti, intrecciano continuamente il piano della costruzione con quello della riproduzione di rappresentazioni mediali e sociali (Moscovici, 1961; 1984) unendo gli aspetti comunicativi legati al testo con processi di significazione, schemi di apprendimento e stereotipi diffusi nell’immaginario collettivo. Per i temi trattati in questo volume, i risultati di ricerca saranno presentati e discussi, nei paragrafi che seguono, con particolare attenzione alla relazione tra media, servizio sociale e genere.
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